Sferico "L'attimo del big bang", marmo statuario

CANTIERE

Il fare artistico come viaggio per risalire all’infanzia dell’uomo e guadagnare la “bellezza perduta” con il sudore del duro lavoro. Dopo il primo impulso creativo nel magma di una massa argillosa si avvia un lungo lavoro di ricerca costruttivo-distruttivo in atelier. Mettere a cantiere un’opera significa trovare il blocco di marmo adatto ad accoglierla.

Sferico scava nella pietra come dentro la pancia della terra per unire materia a spazio. Calibratra geometria di forme liquide ricavate dallo squadrato blocco di marmo tramite le tra proiezioni ortogonali e continue misurazioni di ricognizione dal bozzetto, con il continuo rischio di perdere tutto. La scommessa è l’arrivare alla superficie che delinea il confine, insteso come zona d’equilibrio, tra l’io soggettivo e il mondo che, se raggiunta, sarà luogo dell’immaginario.

Sferico “L’attimo del big bang” marmo statuario

“Opera aperta” sul vastissimo scenario della creazione proiettata al progetto uomo. La forza dei venti modella le onde, pare che la bozza umana attenda il comando, infatti la maschera d’ossigeno denota una non raggiunta autonomia respiratoria. Stato liquido come brodo primordiale nell’istante perfetto dove tutto coincide e dove tutto è possibile, ma anche come caratteristica umana in simbiosi con una più vasta realtà e in continuo mutamento e interscambio. Acqua come materia d’indagine sul mistero racchiuso dentro il primo uomo nella domanda esistenziale del perchè dell’esistere.

Sferico "L'attimo del big bang", marmo statuario

L’opera di Sferico si focalizza sull’uomo come figura centrale dell’universo. La sua ricerca artistica e umanistica affonda le radici dentro il fertile humus delle origini in un’indagine di quel quid che tutto racchiude. La città di Opatia, in Croazia, ha collocato con sponso una grande opera in marmo bianco nella piazza principale. Sferico sta ora lavorando a un progetto di realizzazione delle sue satue in scala monumentale con materiali dell’ultima generazione.

COME NASCE UN’OPERA D’ARTE?

Rapito dalle inquietudini esistenziali cercavo un riscatto nella vastità facendo e rifacendo, sperimentando la mia precarietà. Quando stremato buttavi tutto, si veniva a formare uno spazio vuoto e l’opera si faceva strada da sè;, senza interferenze più. Pagavo la libertà con fatiche spese lungo il buio delle notti, illuminato da modesti barlumi che, se sapevi condurre fino dentro l’alba avanzata, ti avrebbero sospeso in un’inversione percettiva, dove le cose avrebbero cominciato a funzionare. Tutto capitava perchè doveva capitare, non facevi altro che lasciare aperta la tua porta. Non che l’arte fosse una cosa eccezionale rispetto alle cose percepite, ma facevo il tuo possibile per trasciverle come meglio potevi.

Pop Music

Nella lettura degli atti ti facevi di sintassi apparentemente sconnesse, incosciente di una grammatica dislessica che il cervello avrebbe saputo smistare e gestirle liberamente come materia prima. Il cannibalismo letterario era necessario al nuovo, come tavolozza di colori primari, consoni all’ottenimento di combinazioni di gamme aperte.

Elaborazoni emozionali complesse venivano suonate da sintetizzatori, in pezzi che ti scavavano la sabbia sotto ai piedi. Non potevi fare a meno di aprire la pista della disco, sotto ipnosi dei bassi che ti ossigenavano i muscoli, in ritmi ancestrali fuori controllo. La tempesta di diamanti maculavano di lucciole il palco per uscire sull’estensione danzante e perdersi a vista d’occhio in una festa nottambula. La partitura erano i movimenti lanciati nello spazio che lasciavano scie, in note di percorrenza che avrebbero disegnato la tua melodia. Avresti dovuto trovare le liriche capaci di smuovere l’anima dal letargo terreno, in un decollo verso l’immenso. Sviluppare pensieri buoni era il lavorio della vita. Dio non aspettava altro che un cenno di resa delle armi e il voto di fiducia. Sordo, avevi danzato, entrando in uno stato di trans, cavalcando l’arco della notte senza fermarti un attimo ed eri diventato aereo come la musica, a tua insaputa avevi cantato senza nemmeno accorgerti, in un concerto che era slittato fuori orario. L’improvvisazione era passata come derivato di un testo che anni prima ti aveva fatto disperare, l’avevi abbandonato come incompiuto ed era riemerso facendosi strada nel subcosciente, appena il batterista aveva picchiato i primi colpi del pezzo strumentale, suonato in levare. La voce si era appoggiata alle note diradate dell’organo Hammond per liberarsi oltre le corde della chitarra elettrica distorta.

Il pubblico era un mare vivo mosso dalla psichedelia che imperversava fuori tempo dagli amplificatori che cacciavano suoni allungati. Il ballo era una centrifuga che ti sbalzava fuori. Evaporato nella febbre di un ritmo che non ti lasciava tregua, avevi consumato la totalità di calorie a disposizione, ma non avresti mangiato né dormito per trascrivere quello che ricordavi delle parole.

Progetti di prototipi, elaborazioni di sculture attualmente in atelier. Foto by Khou

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